Hanna si svegliò. La ragazza si alzò dal letto su cui era stesa, le coperte di tela caddero sul pavimento. La stanza dal pavimento traballante era piena di merci che i genitori di Hanna commerciavano di paese in paese. Lei e la sua famiglia facevano parte di un gruppo di viaggiatori commercianti, si erano uniti a loro dopo un lungo periodo di vagabondaggio in giro per il regno di Asgärd, unica terra conosciuta popolata da asgäri e da umani.
L’asgära fece qualche passo nella stanza, il traballare si fermò: i gräsi, animali simili a cavalli che instancabilmente trainavano carri e case mobili come quella in cui lei era dentro, dovevano essersi fermati. La ragazza senza capelli si guardò in uno degli specchi polverosi che i suoi vendevano, si vide di nuovo quindicenne. Hanna corrispondeva perfettamente ai canoni di bellezza asgäri: testa rasata, fini tatuaggi di henné le ricoprivano parte della faccia e quasi tutta la testa; gli occhi erano violacei, quasi blu, e piccoli; nel mezzo, i tatuaggi si fermavano per lasciare spazio ad una pietra del colore dei suoi occhi, il Terzo Occhio: un oggetto magico impiantato nelle bambine Asgäre a cinque anni in modo da insegnare loro la magia. Aveva gli zigomi alti, la pelle candida come la neve perenne che ricopriva pressoché tutto il regno; il corpo della ragazza era slanciato e nervoso. Vestiva una canotta sporca e dei pantaloncini di tela logori. Prese una pelliccia, la quale si rivelò essere un vestito caldo, ed una cintura; si vestì, cinse la cintura di cuoio alla vita e ci infilò un pugnale dalla lama della stessa pietra del Terzo Occhio: l’oggetto era l’incanalatore della magia, il Manä, della ragazza. Hanna si mise degli scarponi di cuoio, saltellò verso la porta socchiusa ed uscì in cerca dei suoi genitori; il villaggio mobile era stranamente silenzioso, il vento ululava tra le montagne ed i gräsi nitrivano.

“Artemus! Artemus!”

chiamò la ragazza, la neve che cadeva candida. Artemus era uno dei pochi umani che viaggiavano con loro, trainava la carovana e sapeva sempre tutto di tutti. Hanna si trovava a qualche carrozza di distanza da lui; chiamò ancora, nessuno rispose; corse fino alla prima carrozza e rivolse uno sguardo al gräso su cui Artemus era apparentemente stravaccato. La ragazza lo scosse, pensando che stesse dormendo, fino a quando non riuscì a girargli la faccia per tirargli delle piccole sberle; lì capì che l’uomo non stava dormendo, capì che era privo di vita. Non vi erano segni di aggressione ma, stranamente, l’asgära trovò delle piccole linee bianche sul suo collo. La cosa succedeva sempre quando un umano usava la magia asgära: non faceva un lavoro pulito e lasciava sempre una traccia. Hanna, il pugnale in mano, si mise a correre in cerca degli adulti per riferire l’accaduto ma, ogni persona che trovava, era accasciata su quello che stava facendo, incosciente.
Hanna, purtroppo, non trovò i suoi genitori, i quali sembravano svaniti nel nulla.
Un quesito si fece largo nella mente della ragazza: l’assassino aveva catturato i suoi genitori o i suoi genitori erano complici di quello sterminatore?
Era strano passeggiare per il villaggio mobile e vederlo vuoto; certo, aveva passeggiato spesso di notte dopo una nevicata ma mai lo aveva trovato così spettrale di giorno. Il paesaggio non aiutava, infatti si trovavano in alta montagna, da una parte vi era un’enorme grotta buia, dall’altra uno strapiombo. L’asgära si sedette su una roccia ed iniziò a piangere, abbandonando la freddezza dei suoi movimenti e sciogliendosi in un pianto caldo, smise di nevicare. Rimase seduta su quella roccia scomoda, addormentata, per tutto il giorno fino a quando, la notte, non le venne un’idea per trovare l’umano: aveva sognato delle impronte mentre dormiva, la cosa fece scattare un ragionamento. Decise di tornare nella sua casa su ruote per riscaldarsi e preparare una borsa con il necessario per un viaggio: Hanna aveva notato le proprie impronte della mattina ancora sula neve, di conseguenza dovevano esserci pure quelle dello sterminatore e quelle dei suo genitori, facilmente riconoscibili per la loro forma triangolare. I genitori di Hanna, Ballu ed Amanda, erano le persone più stravaganti di Asgärd e vestivano solo capi triangolari: vestiti a fantasie triangolari, pantaloni triangolari, scarpe triangolari e tatuaggi di henné triangolari.
Preparato un tascapane, la ragazza uscì dal vagone e si mise a cercare le impronte dei suoi genitori; le trovò vicino all’entrata della grotta insieme ad un terzo paio di impronte.

“C’è nessuno?”

disse Hanna. L’eco le rispose, lei proseguì con il pugnale in pugno, il quale emanava una luce fioca.
Alla luce scarsa del pugnale, l’asgära intravide dei segni, come graffi, sulle pareti rocciose, rabbrividì. La neve, anche se non fresca, era alta e rendeva facile vedere le impronte tanto quanto rendeva difficile camminare. La ragazza sentì la neve gelida sulla pelle, arrancò fino a quando, qualche ora dopo, non si trovò all’uscita di quel grande valico innevato.
Fece qualche passo avanti. Il panorama davanti a lei era veramente stupendo: una cascata ghiacciata dava vita ad un’enorme distesa di ghiaccio, un lago ghiacciato, che brillava alla luce della luna e delle stelle; poche piante riuscivano a crescere nella neve, lì si potevano vedere un albero di babüia, albero basso con foglie grandi iridescenti, e delle erbette di montagna che sfidavano le nevi. Il buco da cui era uscita si chiuse dietro di lei, la neve si mise a cadere dalla montagna e chiuse l’unica via d’uscita a lei disponibile.
Hanna si mise a vagare per la radura innevata, impaurita. La notte fece alzare le temperature. Il terreno era scivoloso, instabile, e cosparso da mille piccole spaccature che minacciavano di far cadere la ragazza in acqua. L’asgära si avvicinò all’albero di babüia, dove le impronte si fermavano, scostò le foglie e decise di prendersi una pausa e cercare di ragionare sul dove andare. Posò il bagaglio a terra e chiuse gli occhi. Li riaprì dopo qualche ora, la luce del sole che filtrava dalle nuvole la fece saltare in piedi riportandola alla realtà. Era mattina, doveva trovare un modo per ritrovare le tracce lasciate dal misterioso umano. Uscì dalle fronde e si guardò intorno, durante la notte le temperature erano salite a dismisura ed ora piccoli rigagnoli d’acqua nevosa percorrevano lo spiazzo bianco. La ragazza si stiracchiò sotto al sole caldo, prese la sacca e si mise a fare un sopralluogo del posto.
Le venne sete, goccioline di sudore le imperlavano il volto; aprì la sacca di pelle decorata con perle triangolari e ci frugò dentro, non trovò la borraccia che aveva ficcato dentro il giorno prima: doveva essere stata derubata da qualcuno mentre dormiva, la cosa le fece dedurre che doveva esserci una qualche specie di rifugio nelle vicinanze.
Ritornò all’albero mentre il cielo si rannuvolava e le temperature cadevano fino a quasi sotto zero; in quel momento notò una roccia, prima ricoperta di neve, spostarsi. Da lì uscì un ragazzo dai capelli corvini. Aveva degli occhietti piccoli, rossi, che la scrutavano. Hanna sussultò, il coltello subito alla mano scaturì un lampo violetto che andò a colpire le foglie dell’albero, le quali si polverizzarono all’istante.
Il ragazzo indossava un cappello di stoffa marrone e dei vestiti pesanti, pellicce, abbinati. Aveva il viso spigoloso, umano, dagli zigomi alti. La ragazza fece un passo indietro, terrorizzata dal ragazzo.

“Chi sei?”

Dissero entrambi in coro. Hanna, sospettosa, non rispose. Il ragazzo le disse:

“Non ti mangio mica, mi chiamo Zënon”

Dopo qualche minuto di incertezza, l’asgära confessò il motivo per cui si trovava in quella valle senza via d’uscita, l’umano rise e la invitò ad entrare nel buco. Dal foro prendevano vita migliaia di cunicoli; Hanna rimase letteralmente a bocca aperta. Il ragazzo gli fece cenno di seguirlo e si incamminò in uno dei cunicoli.
Mentre camminavano, Zënon le disse di aver scortato un umano e due stravaganti asgäri ad un rifugio sicuro.

Hanna si svegliò, si trovava in una tenda viola, l’odore d’incenso imprimeva l’aria. Non era la Hanna del sogno, sembrava più vecchia, adulta.
Quel giorno l’asgära avrebbe dovuto decidere se accettare umani nella comunità di viaggiatori di cui lei faceva parte dalla nascita.
La ragazza aveva perso i suoi genitori una ventina di anni prima per colpa di un umano ma, sempre grazie ad un umano, era riuscita a catturare l’autore dell’assassinio ed a giustiziarlo. Il sogno le aveva ricordato perché aveva sposato quell’umano e perché doveva favorire l’incrocio tra le razze.
Uscì dalla tenda e si mise a sedere accanto a suo marito Zënon, lui aveva deciso di rasarsi la testa come d’uso tra gli asgäri; davanti a loro una folla di teste pelate aspettava in silenzio.

“Come rappresentante della comunità, decreto che gli umani saranno d’ora in poi ben accetti nella nostra piccola famiglia.”

Uno scroscio d’applausi seguì l’affermazione di Hanna, la quale sorrise al suo sposo.

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ho scritto questa storia un po' di tempo fa per un concorso che non ho vinto. Lo so che non è perfetta, avevo un limite di parole e sono arrivato ad un punto in cui... non sapevo come poter sviluppare la storia e farla finire in quel numero di caratteri. Questa storia ha uno sfondo nordico perché l'ho scritta verso dicembre, mentre leggevo La Saga Del Dominio - Le Spade di Myra di Licia Troisi, una delle mie autrici fantasy preferite.
Detto questo, spero che la storia vi sia piaciuta almeno un poco o che vi abbia fatto star meglio, in qualche modo.

Il mio nome è Caleb, potete trovarmi su instagram sotto il nome di @/now.hawaiii , sono in prima superiore liceo classico ed amo scrivere.