Quella mattina, una decina di minuti dopo giunsero allo stesso ponte che Agatha già conosceva.

-Benvenuto al ponte dei denti d’oro, amico!-

-Come, scusa?-

-Qua sotto la sera c’è sempre qualcuno, c’è da divertirsi- e, così dicendo, cominciò a scendere lungo la scalinata -lo chiamano dei denti d’oro perché un giorno la polizia ne trovò una manciata tra l’erba proprio qui dove il ponte comincia. Furono chiamati a venire a vedere da una chiamata anonima, e non si scoprì mai perché si trovassero lì. Diciamo che in una città noiosa come questa è stato un evento da ricordare-

Intanto i ragazzi erano giunti all’argine del fiume.

Jerome si tolse le scarpe e le calze e si diresse verso l’acqua. Una volta che le sue gambe erano immerse nel fiume si voltò verso James per chiedergli come facesse a vivere in quel forno di città.

-Tu da dove vieni, Jerome?-

-Abitavo in Canada prima-

-E perché sei venuto fin qui?- gli rispose James osservandolo dalla riva.

-A mia madre piaceva-

Quelle parole fecero tornare alla mente di James sua mamma e quanto invece lei odiasse quel posto. Aveva passato tutta la sua gioventù a dormire in un furgone mentre girava l’America con suo marito. Diceva che, un giorno, quando sarebbe diventata troppo vecchia per continuare a condurre quel tipo di vita, avrebbe voluto vivere in un posto dove, la mattina, quando si svegliava e guardava fuori dalla finestra, avrebbe visto il mare. C’era un qualcosa che mancava nell’anima di sua madre, un vuoto che neanche lui, suo figlio, era riuscito mai a colmare. Anche quando rideva, il suo sguardo gridava la sua malinconia. Era nata così, e non voleva morirci, ma non poté farci nulla. Aveva dei lunghi capelli biondi nei quali chiedeva sempre a James di infilarci dei fiori. E, il giorno in cui morì, fu ritrovata con quei fiori stretti in mezzo alle dita. Nell’incidente non morì sul colpo, a differenza di suo marito, il padre di James, che stava guidando. Il destino le regalò qualche secondo per potersi rendere conto di quel che era successo, per rendersi conto che il dramma non era successo a loro, era successo al figlio. Allora, con le ultime lacrime che mai avrebbero potuto accarezzarle il viso, portò le mani ai capelli e strinse forte i fiori che quel giorno James raccolse per lei, e così volò via. Fu così che i medici la trovarono. Lui era addormentato nei posti dietro, il colpo gli fece sbattere la testa e svenne. Quando si svegliò era all’ospedale tra le braccia di suo nonno. In quell’incidente morirono anche loro, in qualche modo.

-Mia madre invece piaceva il mare. Un giorno vorrei andarci e seppellire nella sabbia questa sua collana- così dicendo tirò fuori dalla tasca una catenina d’oro con un ciondolo su cui era inciso il suo nome, Victoria.

-E’ davvero bella- gli disse Jerome, mentre la guardava brillare sotto il sole nel palmo dell’amico.

-Lei lo era ancora di più- e la ripose di nuovo in tasca.

Si era fatta l’ora di pranzo ormai, così i ragazzi decisero di tornare indietro. Jerome entrò a casa, ma si ricordò che a parte la pizza che aveva mangiato a colazione non era rimasto niente, così prese i soldi che gli aveva lasciato sua madre sul tavolo della cucina e uscì. Raggiunse la strada e si guardò intorno. Uno stormo di corvi attraversò il cielo sopra di lui e, in un certo senso, lo rincuorarono. C’era vita in quella steppa desolata.

Arrivò in città, per la prima volta. Era un po’come quelle che si vedono nei film western, sembrava che il tempo lì non fosse mai scorso, a parte per qualche auto che circolava per le strade. In realtà non era male. Ma a Jerome non interessava la città in quel momento, pensava soltanto a riempirsi lo stomaco. C’era un mini market a lato della strada su cui stava camminando mentre si guardava attorno, così decise di entrarci. Prese del pane, una mela e un cartone di vino in offerta. Lasciò alla cassa i soldi andandosene prima di ricevere il resto. Si sedette lì fuori sul gradino dell’ingresso al mini market, aprì la busta di carta dove la cassiera gli mise la spesa e cominciò a mordere il pane mentre sorseggiava il vino di bassa qualità. I passanti lo guardavano straniti, ma lui non ci faceva caso. La gente in Canada lo aveva sempre guardato male da quando suo padre si era ucciso, e lo facevano anche quando lui provava a comportarsi come tutti gli altri, per cui tanto valeva fare quello che voleva. Qui in Texas aveva portato con sé i buoni propositi di ricostruirsi una vita decente, ma già aveva perso la voglia di perseguirli. Intanto, stava fissando le macchine che arrivavano e se ne andavano al distributore dall’altra parte della strada. Arrivò un pick-up che parcheggiò davanti alle pompe e vi uscì un uomo di pelle nera e con i capelli lunghi tirati indietro da una fascia rossa. Avrà avuto più o meno quarant’anni, e scese dalla vettura per riempire il serbatoio. In generale, trovava le persone del Texas interessanti. Erano diverse da quelle che vedeva nella sua città natale in Canada, e ne era affascinato. Poi, d’un tratto, vide una cosa che smorzò il suo entusiasmo. Sentì il pianto di un gatto correre alle sue orecchie dalla sua sinistra, come per implorargli aiuto. Si voltò a guardare nella direzione dalla quale proveniva il pianto, ed era come se nessun altro riuscisse a sentirlo. Si alzò lasciando a terra quel che rimaneva del suo pranzo ed avanzò lungo il marciapiede scrutando tutto attorno con lo sguardo. Arrivò davanti ad un vicolo ombroso tra le palazzine, e lì in fondo vide una gatta piangere la morte di suo figlio rimasto intrappolato in una trappola per topi. Niente passò in quel momento nella mente di Jerome, e mai più niente passò qualcosa per il suo cuore. Quel piccolo gattino aveva il pelo rosso e la coda lunga rimasta piegata nella morsa della trappola che stringeva il suo ventre. Aveva visto suo padre morire, eppure non gli aveva fatto così male. Di quella notte gli restava l’amara, soffocante rabbia di non aver fatto nulla per impedire che suo padre se ne andasse, ma sapeva che non avrebbe potuto fare niente per evitare che la morte venisse a rapire l’anima di quella piccola creatura. Si rese conto di quanto, in fondo, tutti noi siamo solo spaventapasseri di paglia in balia del vento. E quel vento ci strappa i vestiti, si abbatte su ciò a cui teniamo senza che noi possiamo impedirlo in alcun modo e travolge tutto ciò che ci circonda e che, fino a quel momento, ci aveva sempre tenuto compagnia nei lunghi pomeriggi assolati e silenziosi che sapevano di grano e di terra. E, la mattina dopo, non ci resta più nulla. Perché quel vento si è preso anche il nostro cuore prima di andare via. E, sadico e crudele, ci lascia invece tutte e quante integre le memorie. Così, Jerome, comprese quanto tutto fosse fragile al mondo, lo capì troppo giovane, eppure lo capì troppo tardi. Non c’era più niente che poteva fare per suo padre. Avrebbe voluto cercare, un giorno, l’amante di sua madre e picchiarlo, ucciderlo magari. Era questo il desiderio partorito dalla sua rabbia. Ma di tutto questo a suo padre non interessava niente. Lui era morto ormai. E tutto questo glielo insegnò quella mamma gatta, che non importava quanto forte piangesse sul corpo di suo figlio, il freddo destino ne era indifferente. Avendo cura di non farsi sentire, Jerome se ne andò via piano, come se non fosse mai stato lì. Tornò indietro al super market e, con i soldi che gli restavano, comprò una bottiglia di whisky, poi si avviò verso casa. Lungo la strada passò nuovamente lungo il vicolo, e la gatta non c’era più. Magari qualcuno l’aveva cacciata. Rimaneva, solo e freddo, suo figlio, lì davanti. Tornò a casa e aprì la bottiglia di liquore prima di entrare, sedendosi a bere sul dondolo sotto il portico a cui dava la finestra del salotto. Chiuse gli occhi e volse il viso verso il sole. Lo sentiva bruciare come sempre da quando arrivò in Texas, ma, per la prima volta, non gli dava fastidio. Si chiese quanto tempo della sua vita lasciò che venisse sbranato via dalla sua rabbia. Le diede in pasto anni interi. E nel mentre non riuscì a concludere nulla. La sua vita cominciò a passargli davanti agli occhi come se, quel giorno, stesse morendo anche lui. E, in un certo senso, fu così. Non si sentì mai più vivo da quel giorno. Il triste destino gli strappò via i vestiti cuciti di rimorso e lo lasciò senza più niente, perché nient’altro possedeva. La morte prese con sé suo padre e, un giorno, avrebbe preso anche tutto il resto. Di tutto ciò che lo circondava, sarebbe arrivato un giorno in cui non ne sarebbe rimasto più nulla. Alcune lacrime cominciarono a scendergli dagli occhi per giungere alla bocca bagnata di sale e di whisky. In tutti quegli anni, lui non era mai stato altro che polvere che vagava nel vento e che si lasciava portare inerme laddove il vento andava. E non c’era una morale nella sua triste storia. E così, con la bottiglia tra le mani, si addormentò. Quando si svegliò era già calata la sera. Raccolse dal suo grembo il dolore che gli era scivolato via dagli occhi, lo appallottolò e se lo conficcò nel petto a riempire il vuoto che gli era rimasto. Poi si alzò e si diresse al ponte dei denti d’oro. Non gli importava più di niente e gli importava di tutto allo stesso tempo. Voleva vedere James, e voleva chiedergli una cosa. Si avvicinava al ponte e cominciava a sentire la musica che da sotto ad esso proveniva. Raggiunse gli scalini che gli servivano per scendere a riva e, distratto, scivolò e rotolò giù. Batté col gomito e, quando si rialzò indolenzito, c’era una pistola puntata alla sua testa.

-Chi sei? E cosa vuoi?- chiese coinciso e diffidente un ragazzo scuro con i capelli ricci e corvini.

Jerome impiegò qualche istante per cercare di capire quello che stava succedendo, per poi pronunciare le uniche parole che riuscì a dire.

-Io, io sono un amico di James-

Il ragazzo chiamò James, chiedendogli se lo conoscesse.

-Sì lo conosco, toglili quella cazzo di pistola da dosso Liam-

-Avevi solo da dirmi che aspettavi una visita-

-Come vuoi, ma adesso togliti dai piedi-

Così il ragazzo, senza levarsi dal volto il broncio arrabbiato che aveva sin dall’inizio, tornò indietro verso gli altri.

-Devi scusarmi, Jerome, non era così che avrei voluto accoglierti-

Lui, ancora un po’ scioccato, si rialzò.

-Sai, se qualcuno vede la droga e lo va a dire alla centrale, adesso come adesso è un casino-

-Davvero, sto bene- Jerome si voltò a guardare l’amico- in che senso adesso come adesso?-

-Ultimamente lo sceriffo è un po’ più insospettito del solito, diciamo così, ma non importa ora, siediti che ti porto qualcosa-

Così James, dopo avergli dato una pacca sulla spalla, se ne andò un po’ più avanti, e pochi secondi dopo Jerome sentì la voce della sorella che lo chiamava.

-Jerome?-

Tra loro c’era anche Agatha, accovacciata su un mattone abbandonato sulla riva. Sapeva che prima o poi lei e suo fratello si sarebbero incontrati lì sotto.

-Che ci fai qui?- gli chiese.

-Cosa ci fai tu qui?-

Lei non rispose, guardò Jerome per un istante e tornò a guardare il fiume. Lui rimase a guardarla invece, cercando di capire perché non si sentisse più arrabbiato con lei. Era come una sconosciuta, come se non l’avesse mai vista prima. Non provava niente per lei. Forse perché mai altro per lei provò che odio, e ora che odio più non provava, niente era rimasto. Ripensò a quando la vide per la prima volta, quando nacque e loro madre la portò a casa dall’ospedale. Aveva sei anni e non provava niente per lei, era tutto davvero complicato per lui a quell’età. Ma sapeva che era sua sorella, e quello bastava per il momento. Così si avvicinò a lei e abbracciò quel suo corpicino piccolo e cicciottello. Era proprio come in quel momento. Era sua sorella in fondo, e bastava per voler portarla via da quel posto in cui mai avrebbe pensato di trovarla, voleva portarla a casa. In Canada era sempre stata lontana dalle persone che lui frequentava, lei era sempre stata quella che cercava di non buttare via la sua vita come aveva fatto Jerome gettandola in pasto ai rimorsi. E lui non voleva che Agatha cominciasse in Texas a diventare vittima di tutta la loro esistenza complicata e lasciarsi sopraffare come aveva lui stesso aveva fatto. Vederla quella sera, seduta all’argine del fiume al buio della sera, traboccante dallo sguardo sconforto fece sentire Jerome, per la prima volta nella sua vita, il rimorso di averla sempre colpevolizzata per la sua esistenza. Avrebbe solo voluto portarla via da lì, ma lei mai lo avrebbe seguito. In quel momento Jerome, privo di forze e ancora stordito dal whisky, crollò a terra e perse conoscenza.

Quando si risvegliò era seduto appoggiato a un masso ancora alla riva del fiume, ma lontano dagli altri ragazzi. Si voltò e vide James lì vicino a lui mentre disegnava, annoiato, dei cerchi nella terra con un rametto. Erano solo loro due.

-Ehi, James-

Il ragazzo lasciò perdere i cerchi nella terra e alzò lo sguardo verso Jerome.

-Ehi, come ti senti?- i suoi occhi erano stanchi.

Lui tirò su la testa e, con la bocca un po’ asciutta, assicurò l’amico di stare bene.

-Menomale, ero preoccupato- così dicendo, James sorrise -cos’hai fatto per svenire così-

-Penso sia perché oggi ho mangiato poco, niente di cui preoccuparsi-

-Te la senti di avviarci verso casa?-

-Sì certo, ma prima volevo farti una domanda.

-Dimmi- rispose James lanciando il ramoscello che ancora teneva in mano nel fiume.

-Ascolta, che ne diresti di andare via per qualche giorno?-

-E dove?-

-Dove vuoi tu-

James fece un lungo respiro prima di rispondere.

-Ho sempre voluto andare al mare per fare una cosa in ricordo di mia madre da quando è morta, ma non posso. Devo aiutare mio nonno in officina-

-Dai, tempo di fare quello che devi fare e torniamo indietro-

-Ma perché ci tieni così tanto?-

-Perché volevo passare del tempo con Agatha-

-E hai bisogno di me?-

-No, ma mi farebbe piacere-

Erano ormai le dieci di sera e la luce del giorno si stava completamente affievolendo ormai.

-Sei gentile, Jerome. Sta sera ne parlo con mio nonno e domani mattina se torni ad aiutarmi a pulire ne parliamo-

Jerome guardò l’amico faticando a metterlo a fuoco per la stanchezza e gli porse un mezzo sorriso. I due ragazzi si alzarono da terra stanchi e un po’ barcollanti e si diressero a casa. James abitava in città, per cui dopo poco passi salutò Jerome per cambiare strada. Jerome si ritrovò da solo a camminare nell’ombra della sera calda come il giorno prima, e pensò a quanto tutto fosse cambiato nel frattempo. Non era la prima volta nella sua vita che per lui tutto all’improvviso cambiava, ma era la prima volta in cui dalla vita gli veniva offerto qualcosa di felice. Eppure lui restava sempre triste.