Ciao ragazzi, ho scritto un breve libro e vorrei condividerlo con qualcuno. Questo è il primo capitolo, se lo leggerete pubblicherò i restanti nove. Buona lettura :)

CAPITOLO 1

-Cielo, quanto vorrei tornare a vivere in quell'alveare lurido-

Agatha si riferiva al palazzo di cemento in cui abitavamo prima. Lei era la sorella di Jerome, sorella di madre. Lui ero il figlio di suo marito, lei la figlia del suo amante. Quando Jerome aveva un anno, suo padre era in servizio per l'esercito in Vietnam. Stette fuori casa un anno e quattro mesi, quanto bastò a loro madre per concepire e partorire Agatha. Probabilmente pensava che quel suo amante la amasse per davvero e che sarebbero stati insieme per sempre,ma si lasciarono il giorno della nascita della bambina. Meglio, lui la lasciò. Chissà con quante altre donne lo aveva già fatto. E così, il giorno in cui il padre di Jerome tornò a casa, la madre si ritrovò con una bambina da giustificare. Allora si inventò di essere stata stuprata. Suo padre era distrutto, la rabbia e il dispiacere gli caddero d'un tratto addosso pesanti e il suo cuore li assorbì imbevuto di rancore come una spugna. Dedicò i suoi giorni a trovare l'uomo che sua moglie chiamava stupratore per anni. E lo trovò, alla fine. Ma lui conservava ancora una foto di lui e loro madre incinta, abbracciati e sorridenti, che gli mostrò. Lo raccontò a Jerome la sera stessa. Quella notte lui, la sorella e la madre furono svegliati dall'ambulanza che arrivò a raccogliere il corpo dell'uomo infranto nel cortile del palazzo. Abitavano all'ottavo piano. Jerome aveva 12 anni, e fu da quel giorno che iniziò ad odiare la madre e la sorella. Qualche anno dopo si trasferirono, essendo che quella loro madre non sopportava più i commenti della gente che sapeva quello che era succeso e, più o meno, dove abitavano prima lo sapevano tutti. Dalla California arrivarono in Texas, e lì comprarono una casa indipendente in mezzo al nulla. All'inizio a Jerome la sua nuova vita faceva abbastanza schifo, in quanto abitava con due persone che odiava fuori da una cittadina della quale non conosceva nessuno. Gli sembrava di soggiornare nel deserto, e l'unica anima viva nel raggio di un paio di chilometri era il gommista che aveva l'attività dall'altra parte della strada. Un vecchio strano che quando non aveva di meglio da fare, cosa che capitava spesso, Jerome rimaneva ad osservare dalla finestra. Poi, qualche giorno dopo il trasloco, decise di andare a vedere la città. Era agosto ed il caldo era atroce, sentiva come se il sole gli stesse friggendo le cervella, mentre camminava sull'asfalto e seguiva la linea bianca al margine della strada. Sentiva la maglietta bianca e un po' larga appiccicarsi di continuo alla sua schiena sudata e, allora, con la mano la strattonava di continuo per staccarla. Poi si fermò un secondo per levarsi dalla fronte i capelli biondi e ricciolini e riprendere fiato. Fu in quel momento che, alzando lo sguardo dal catrame su cui poggiava i piedi, notò che, a destra, dopo circa cinquecento mentri di steppa arida e prima dei palazzi della città, vi erano un mucchietto di alberelli secchi e semi spogli. Si lasciò indietro la strada per proseguire in mezzo all'erba secca verso di essi, e sedersi sotto la loro misera ombra. Sempre meglio che tornare a casa, pensava. Mentre proseguiva vedeva le loro ombre ballare nel caldo e, una volta arrivato di fronte a quei cinque o sei alberelli, si spogliò della maglia e si sedette sotto i rami di uno di questi. Chiuse gli occhi, tirò un sospiro e con la maglietta che teneva in mano si asciugò il sudore dalla fronte, per poi gettarla per terra. Poi chiuse gli occhi e alzò il viso, mentre il sole gli bruciava le palpebre stanche. D'un tratto sentì il rumore dell'erba che si muoveva e sobbalzò. La desolazione di quel posto lo faceva sentire solo al mondo, e accorgersi che non lo era lo prese alla sprovvista. Si voltò, guardò oltre al tronco su cui era appoggiato e vide un ragazzo in bicicletta proseguire verso di lui. Si alzò e, così facendo, mentre si appoggiava con la mano per terra vide le croste sulle sue nocche e si ricordò in un flash del giorno in cui se le era procurate. Era il giorno in cui partì e il ragazzo a cui aveva dato l'erba da vendere non aveva più né l'erba, né i soldi. Non c'era tempo perché glieli procurasse, e allora usò l'unico modo che gli rimaneva per far sì che in quella città di merda non lo ricordassero come un pirla. Oramai neanche ci pensava più, era diventata un'abitudine. Era quello che alzava le mani e, visto che ormai che si era aggiudicato il torchio di questa fama, tanto valeva farsela tornare inutile, pensava. Ma qui in Texas questa sua fama l'aveva lasciata indietro, e non ero sicuro se volersela ricreare o meno.

-Ehi, che ci fai qui?- gli chiese il ragazzo sconosciuto.

-E tu?- chiese, infastidito, a sua volta Jerome.

-Io sono James, il nipote del gommista che sta davanti a casa tua-

-Davanti a casa mia?-

Jerome cominciava ad innervosirsi ma vedeva che quel ragazzo non aveva una bella cera, era troppo bianco per abitare in quel forno di città ed era magro come uno stecco.

-Vuoi divertirti un po'?- gli chiese, con quegli occhi così stanchi che sembravano scivolare via dalle borse sulle sue guance.

-Si vedeva che eri un drogato-

-Tu non lo sei?- chiese James con un mezzo sorriso -Comunque io vado, se vuoi seguimi-

E se ne andò.

Certo che lo era anche lui. E tutti i suoi buoni propositi non sarebbero bastati a vincere il fascino della tentazione per Jerome. Rimase fermo qualche secondo, in piedi, a cercare di vincere contro un nemico che non era mai riuscito a sconfiggere. Voleva chiamare quel ragazzo per chiedergli di tornare indietro, ma oramai di lui riusciva solo più a notarne la sagoma lontana mentre tornava indietro pedalando. Il caldo lo aveva reso troppo stanco per rincorrerlo, e così decise di addormentarsi sotto la misera ombra di quegli alberelli secchi. Quando si svegliò era già buio. Si alzò da terra di colpo e prese il telefono dalla tasca dei pantaloncini per fare luce. Purtroppo quel fievole bagliore gli permetteva a malapena di vedere dove metteva i piedi e non riusciva ad orientarsi. Così usò il telefono per chiamare sua sorella.

-Pronto?- rispose Agatha dopo qualche squillo.

-Ascolta non riesco più a trovare la strada di casa, mi vieni a prendere con la macchina?-

Dall'altra parte del telefono si sentì un sospiro.

-E dove sei?-

-Vai in strada per un po' verso la città, a destra vedrai un boschetto dopo i campi, io sono lì-

-E come dannazione lo vedo sto bosco?-

-Io guardo verso la strada, quando vedo i fanali della macchina ti mando un messaggio, ti fermi e arrivo-

-Ok- sbottò lei, e poi mise giù.

Jerome non avrebbe mai fatto lo stesso per lei. Non aveva mai fatto niente per Agatha. Ma sapeva che lei non lo odiava. Anzi, gli voleva bene. E Jerome se ne era sempre approfittato, trovando che fosse un modo di vendicarsi su di lei. Vendicarsi del fatto che lei esistesse. Ma Agatha gli perdonò sempre tutto questo, e continuò a perdonarglielo anche quella sera. Poi Jerome vide i fanali di un'auto procedere lungo la strada in lontananza, e scrisse alla sorella di fermarsi. Raggiunse quella stessa macchina che, nel mentre, si era accostata a margine della strada e salì.

-Cosa ci facevi li?- chiese lei mentre ripartiva.

-Mi ero addormentato-

-Sei stupido-

Lui non rispose, e in silenzio arrivarono davanti al cortile della loro nuova casa. Agatha parcheggiò lì davanti ed entrarono in casa. In cucina c'era la madre ad aspettarli. Jerome andò subito al piano di sopra senza dire niente mentre la ragazza si sedeva al tavolo.

-Si era addormentato-

La madre, anche lei seduta al tavolo di fronte alla figlia, allungò la mano verso di lei appoggiandola sulla sua.

-Tienilo d'occhio-

-Va bene, mamma-.

La donna non sapeva che l'unica ad essersi già messa nei guai nella nuova città era Agatha. Il fratello non sapeva dove si stesse dirigendo il ragazzo pallido, lei sì. Lei non aveva gli stessi interessi di Jerome, ed era per questo che andava ancora al liceo, sperando di dare alla madre un po' di orgoglio e sollevarla dal dispiacere dovuto al rifiuto del figlio nei suoi confronti. Ma chi pensava a lei? Da quando si era trasferita, aveva trovato un ragazzo con cui passare il tempo dopo la scuola, e spesso la portava con sé tra i suoi amici, uno dei quali era il ragazzo dai capelli neri che aveva conosciuto Jerome quel giorno. Si incontravano sotto il ponte che stava sopra un piccolo canale che, in quei giorni d'estate, era quasi completamente asciutto. Era fatto di cemento ed era stato costruito per l'attraversamento delle auto. All'inizio del ponte, dalla parte della città, c'erano una manciata di gradini stretti e storti per poter scendere a riva ed era proprio lì che i ragazzi si trovavano. Avevano l'alcol, avevano la droga ed avevano la musica. Avevano tutto ciò che potevano desiderare per divertirsi, e ad Agatha piaceva. Ma ancora non conosceva il motivo per cui era stata portata lì e non sapeva che per quei ragazzi oramai di divertente non era rimasto più niente. La mattina seguente, quando Jerome si svegliò, sua sorella era già a scuola e loro madre era a lavorare. Voleva cercare un lavoro anche lui per andarsene da quell'inferno, e l'unica persona a cui poteva chiedere era il figlio del gommista. Si cambiò i vestiti, si lavò la faccia e diede un morso alla pizza che sua madre e sua sorella avevano avanzato la sera prima e che avevano lasciato nel frigo. Poi si infilò le scarpe e uscì di casa. Attraversò la strada ed entrò dal cancello azzurro e socchiuso del gommista, del quale il sole aveva sbiadito ormai tutta la vernice che una volta era blu. Una volta entrato, si diresse in contro a lui il vecchio senza più capelli e dai baffoni bianchi sporchi di birra, panciuto e con addosso una canottiera bianca e unta.

-Nonno!- lo chiamò James dall'officina

L'uomo si voltò indietro.

-Nonno, è un mio amico, ci parlo io-

Il signore senza dire nulla tornò indietro nel garage a lavorare. Intanto, suo nipote raggiunse Jerome.

-Ehi, che ci fai qui?-

Per un lavoro sarebbe stato disposto a essere un po' più gentile rispetto al solito.

-Volevo scusarmi per ieri, comunque io sono-

-Jerome- lo interruppe James -so chi sei. Io sono James, un amico di tua sorella- e, così dicendo, gli porse la mano.

Jerome, perplesso, gliela strinse, guardandolo un po' storto. Qualcosa non lo convinceva. Non capiva perché, nonostante odiasse Agatha, si sentì per un attimo preoccupato. Il fatto era che tutto il suo mondo girava attorno a lei, anche se mai avrebbe avuto la voglia di ammetterlo. Tutto girava attorno all'odio che provava per lei e per loro madre e per il rimorso di non avere potuto salvare suo padre. La vita, per Jerome, dal giorno in cui morì suo padre era stata sempre accatastata in un angolo e lui mai più riuscì a distogliere lo sguardo dai suoi ricordi dipinti di rosso, il rosso del sangue e della rabbia, e che solo la droga riusciva a rendere sopportabile. Se mai qualcuno gli avesse levato ciò che aveva, per quanto lo potesse odiare, non gli sarebbe rimasto più niente. Ma, se avesse potuto scappare da quel posto avrebbe potuto trovare qualcos'altro. E così, quella mattina, si mise ad aiutare James a pulire delle vecchie macchie d'olio e terra sul pavimento dell'officina per qualche soldo. Il ventilatore che tenevano vicino gli faceva andare i capelli negli occhi e, nel momento in cui alzò lo sguardo e se li levò dal viso sudato col dorso della mano, vide attaccato al muro un crocifisso fatto d'oro in mezzo a vari calendari con donne semi spoglie. Jerome rimase incantato cercando di trovare un senso in quel paradosso e James, vedendolo guardare quel muro, immaginò cosa potesse pensare in quell'istante.

-Ah ah, sembra strano, vero?- sorrise -in realtà per mio nonno non ha alcun valore religioso quel crocifisso, è per quello che non si è fatto problemi a circondarlo da delle modelle senza reggiseno-

Jerome sorrise e si chinò di nuovo a terra a scrostare via le macchie di sporco con lo spazzolone che teneva in mano. Così fece anche James.

-Lui è sopravvissuto a tutta la sua famiglia e ai suoi amici, e quel crocifisso è l'unica cosa che gli è rimasta da quando era bambino- continuò il ragazzo -era un regalo di sua zia-

-E i tuoi genitori?-

-Sono morti in un incidente- James sospirò -ora mio nonno mi sta puntando alla testa una pistola mentre gliene sto puntando una io alla sua. Non abbiamo più nessun altro, né io né lui, uno di noi è destinato a morire solo e uno è destinato a morire sapendo di condannare l'altro-

-Ma tu sei giovane-

-Io sto morendo. Non tutti sono forti come mio nonno-

Jerome rimase in silenzio, non aveva il coraggio di chiedergli il motivo.

-Sono stanco, la vuoi una birra?- gli chiese James.

-Certo-

-Vieni allora-

Entrambi i ragazzi si alzarono e andarono in ufficio, dove c'era un piccolo frigo pieno di birre. James ne prese due e le aprì col cava tappi che stava sul davanzale, ne passò una a Jerome e si avviò fuori dall'officina. Il ragazzo lo segui, chiedendogli dove stessero andando. James gli rispose dicendo che stavano andando al posto in cui gli aveva detto che avrebbe potuto seguirlo la sera prima.

-E perché dovrei venire con te?- Jerome continuava ad essere scettico, era nella sua natura.

-Perché io sono la tua chance di avere un amico in questo inferno- disse voltandosi indietro verso Jerome, per poi tornare subito a guardare avanti e ridere. Era una risata genuina, felice,

e in qualche modo rendeva ancora più amaro che fosse consapevole del fatto che non avrebbe avuto il tempo che era giusto lui avesse prima di dover morire.