Avrebbe potuto calcolare le coordinate di una stella dispersa nell'universo, nonostante non fosse un astrofisico, ma chi ha bisogno degli astrofisici quando c'è Sheldon Cooper. Avrebbe potuto dare una definizione ad ogni cosa e forse qualche indizio ce l'aveva: sudorazione, battito accelerato, vista annebbiata erano di certo sintomi per cui si sarebbe precipitato in ospedale quella mattina. Avrebbe potuto capire qualsiasi cosa, ma quello che gli successe quando aprì la porta, puntuale alle 7:37 del mattino per ritirare il suo giornale non era qualcosa che riusciva a comprendere.
Eh beh, in realtà Sheldon Cooper, quella mattina ci finì davvero in ospedale. Dopo essersi chinato per recuperare il giornale da terra si era accorto che non era stato posato come al suo solito sopra il suo zerbino ma bensì era al centro del pianerottolo. Avrebbe mandato una lettera di lamentele più tardi, prima recuperò il giornale. Solo che nel farlo aveva incontrarlo la sua vicina, Penny, la bionda con un quoziente intellettivo pari a quello di una foca che batte le zampe al bio parco, pur di avere un pesce come ricompensa, che lo accusò di avergli rubato suddetto giornale.
"Che cosa stai facendo? Quel giornale è mio." gli si parò davanti incrociando le braccia.
"Cosa ti fa pensare che sia tuo? C'è il tuo nome scritto sopra?"
"E dall'altra parte del pianerottolo, dalla mia parte del pianerottolo. Hai sconfinato, quindi è mio."
Sheldon iniziò a sventolare il giornale ripiegato a tempo delle spiegazioni risolute che stava rifilando a Penny con non poi così grandi argomentazioni. Non ne valeva la pena, in men che non si dica gli avrebbe dato ragione senza capire nemmeno una sola parola.
La ragazza gli rispose a tono, con sorpresa del fisico.
"L'ho trovato prima io." Sheldon le fece una pernacchia senza più munizioni da lanciarle.
Penny non l'accetto come risposta. Quella mattina doveva controllare dove si tenevano i casting per delle nuove serie televisive e non avrebbe mollato così presto.
Quando Sheldon, soddisfatto della sua inevitabile vittoria, si voltò con il giornale per tornare in casa, Penny lo assalì dalle spalle e tentò di rubargli il giornale dalle mani senza contare il baccano che così presto avrebbe infastidito l'intero palazzo.
L'uomo si voltò nuovamente verso di lei constatando che avesse sconfinato nella sua zona confort. Mai avuta una ragazza così vicino. Senza poter sbattere di nuovo le ciglia Sheldon non comprese nemmeno di essere caduto lungo per terra davanti a i piedi di Penny e questa fu la storia che si sentì raccontare una volta portato in ospedale.
"Leonard! Leonard! Leonard!" continuava a spingere il campanello delle infermiere chiamando invece l'amico che dopo pochi secondi si avvicinò al suo capezzale. "Sto morendo Leonard." gli occhi gli si iniettarono di sangue.
"Non stai morendo Sheldon, hai avuto solo un calo di pressione, possiamo andare." gli fece segno col braccio di scendere da quel letto e recarsi verso la porta.
"Tu non sai quello che stai dicendo. Io sto morendo."
L'infermiera entrò finalmente in camera dopo quel suono prolungato. Una donna formosa e non contenta di essere lì, ancor meno quando capì che tipo di paziente era Sheldon.
"Voglio tutte le analisi possibili, esami e prelievi del sangue. Dovete capire cosa c'è che non va in me." strattonò senza motivo la camicia di Leonard che disgraziatamente si era trovato lì accanto.
"Lei è solo svenuto Signor Cooper. Si rialzi devo rifare il letto." si avvicinò iniziando a sfilare le lenzuola.
"Non mi tocchi! io sono il Dottor Sheldon Cooper."
"Bene, si faccia una diagnosi da solo." tirò fuori dalla tasca una sigaretta spenta e la mise in bocca.
"Non sono quel genere di dottore!" si alterò. "In quanto cittadino, che paga le tasse regolarmente e in possesso di un occupazione universitaria che mi da diritto ad all'assicurazione sanitaria che questo Paese esige, ho il diritto di essere visitato e sottoposto a tutti gli esami di tipo medico che questo ospedale ha da offrirmi per capire di quale malattia sto morendo, Leonard!" il suo tono di voce impostato finì con una lamentela da bambino capriccioso che ancora una volta cercava supporto nell'amico.
"E va bene Signor Cooper tornerò tra poco per prelevarle il sangue." e uscì fuori determinata.
"Sheldon ti rendi conto che quella donna ti toglierà del sangue, tu odi la vista degli aghi e del sangue. Hai paura di restare così a lungo in ospedale perché non vuoi essere contagiato da una malattia portata qui da un luogo sconosciuto del mondo e hai deciso che rimarrai?"
"Io sono già stato contagiato, fuori dalla nostra casa, sul pianerottolo."
"A proposito Penny è qui, si sente in colpa perché ha paura di aver insistito troppo con il giornale e di averti fatto svenire. La faccio entrare per dirle che è tutto apposto." fece per dirigersi verso la porta.
"Fermo! E' lei! E' colpa sua se sto per morire. Non farla entrare. E' per il tuo bene." impastò le mani tra le lenzuola. "Chissà che strana malattia ha portato qui quella contadinotta."
Leonard venne interrotto dall'infermiera che entrò nella stanza con siringhe e provette, ma tanto non gli avrebbe risposto comunque.
L'infermiera dopo quell'esame per cui Sheldon svenne una seconda volta, ne propinò all'uomo altri mille e ancora più nel tentativo di sfinirlo, spaventarlo e mandarlo via e perché no, anche per una piccola vendetta nei confronti di un uomo così irritante.
Sheldon davvero non ce la faceva più ma ogni volta che un esame dava come esito che tutto andava più che bene, insisteva a volerne fare altri, perché doveva esserci qualcosa che non andava. Non poteva semplicemente aver reagito al tocco di Penny sentendosi male e impotente di fronte a lei. Il cuore non batte così forte se non c'e un motivo logico.
"Leonard, ti prego, quando morirò.." lo guardò con occhi pieni di lacrime ".. non toccare la mia collezione di fumetti."
Leonard sospirò alzando gli occhi al cielo.
"Puoi cantarmi 'Soffice Kitty'?" gli fece un labbruccio irresistibile.
Questa volta l'infermiera entrò con un apparecchio in mano in grado di misurare la pressione sanguigna e il battito cardiaco. Attaccò l'uomo allo strumento e lo avviò.
"Sheldon, davvero io non volevo, non era mia intenzione farti stare male." Penny era entrata di soprassalto nella camera, senza alcun invito, sgattaiolando perché il senso di colpa la stava tormentando e continuò ripetutamente a scusarsi mentre Sheldon non aveva la forza di cacciarla via. I suoi occhi erano spalancati, la gola s'era fatta secca e sul macchinario rumoroso una spia luccicante rossa lampeggiava senza sosta, i numeri continuavano a salire più i suoi battiti aumentavano vertiginosamente davanti a quella scena. Riconobbe che le sensazioni che provava erano le stesse di quella mattina, strane, troppo strane per lui, non potevano manifestarsi solo in sua presenza. Eh si, Sheldon Cooper era spacciato.

"SIGNOR COOPER!" urlò l'infermiera. "E' PRONTO PER LA COLONSCOPIA? SIGNOR COOPER!" la donna aprì la porta senza trovarlo dentro e la richiuse sorridendo mentre Sheldon con un camice bianco, che poco copriva, correva come un matto per sfuggire a quella tortura e chissà forse anche dai suoi pensieri.